10-08-2026
RAPOON
"Cold War"

(Zoharum)
Time: CD 1 (71:46); CD 2 (63:18); CD 3 (65:50)
Rating : 10
A riascoltarlo oggi, a venticinque anni di distanza, "Cold War" fa un effetto strano: non sembra invecchiato, ma nemmeno contemporaneo. È fuori asse. E forse è proprio lì che funziona meglio. Quando uscì, quella sua drum 'n' bass sghemba, rallentata, quasi trattenuta, non aveva nulla della frenesia urbana tipica del genere. Qui il ritmo non ti spinge avanti: ti tiene fermo, ti gira intorno, come un mantra un po' inquieto. Poi ci sono i suoni: frammenti mediorientali, echi orientali, voci che sembrano arrivare da radio lontane o da nastri consumati. Ma non è mai "world music" decorativa. Non c'è esotismo facile. Sembra piuttosto un collage fatto da qualcuno che ha perso la mappa, e ha deciso che va bene così. E il disco, senza mai spiegarsi, restituisce proprio quella sensazione: tensione che non esplode, ma nemmeno si risolve. Una pressione costante. La cosa più interessante, però, è il terzo disco di questa edizione. Non è un "bonus", non è un'aggiunta gentile per i fan. È come se qualcuno avesse riaperto un archivio e ci avesse scritto sopra con una grafia diversa. Le tracce vengono deformate, stirate, a volte svuotate. Alcuni passaggi sembrano più cupi, altri quasi più stanchi. Non c'è nostalgia: c'è piuttosto la sensazione che il tempo abbia complicato tutto, invece di chiarirlo. E qui Rapoon fa una cosa rara: non celebra il passato, lo rimette in discussione. Come se dicesse che quel discorso non era finito, che mancavano dei pezzi. Quello che resta è un lavoro che non cerca di piacere. Non ti prende per mano. Ti lascia lì, in mezzo a queste onde basse, a questi ritmi che non esplodono mai davvero, a queste voci che non sai da dove arrivino.
CAESAR