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10-11-2025
GIANLUCA BECUZZI
Dove il drone incontra il sacro

di CAESAR
Con oltre quarant'anni di attività, Gianluca Becuzzi è una delle presenze più coerenti e radicali della scena sperimentale italiana. Dalle origini industrial e darkwave fino ai lavori più recenti per St.An.Da / Silentes, la sua ricerca ha progressivamente trasformato il suono in materia sacra, riflessiva, a tratti ascetica. Con "American Requiem", doppio album che intreccia chitarre drone, stratificazioni noise e suggestioni blues in una riflessione sulla fede e la morte nella terra del capitalismo, Becuzzi firma una delle opere più dense e rivelatrici della sua carriera.
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La tua carriera attraversa più di quattro decenni, dai primi esperimenti industrial e post-punk con i leggendari Limbo fino ai lavori più astratti e contemplativi degli ultimi anni. Guardando a questo percorso, come è mutato nel tempo il tuo rapporto con il suono e con il concetto stesso di "comporre"?
"In quarant'anni sono cambiate radicalmente molte cose. Inizialmente, suonare in una band era la soluzione più immediata, avere l'equipaggiamento elettronico per essere autonomi era un lusso per pochi. Poi i costi delle tecnologie si sono gradualmente abbassati fino a diventare alla portata di tutti, o quasi. Così, dalla metà degli anni '90 in poi, ho iniziato a creare il mio piccolo home studio e a comporre da solo. Ricordo che nei primi '80 i tradizionalisti mi guardavano con diffidenza, se non addirittura con disprezzo, quando salivo sul palco con la mia drum machine. Oggi sono tutti a registrare le loro tracce con un computer. Passano gli anni, i decenni, il mondo e i suoni cambiano ma la passione per la musica non svanisce. La ragione profonda per la quale questa fiamma, per alcuni di noi, non si spegne mai, rimane un mistero sacro."

"Nei primi '80 i tradizionalisti mi guardavano con diffidenza, se non addirittura con disprezzo, quando salivo sul palco con la mia drum machine. Oggi sono tutti a registrare le loro tracce con un computer. Passano gli anni, il mondo e i suoni cambiano ma la passione per la musica non svanisce. La ragione profonda per la quale questa fiamma, per alcuni di noi, non si spegne mai, rimane un mistero sacro."
(Gianluca Becuzzi)
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In molti tuoi lavori ricorre una tensione tra spiritualità e disfacimento, tra il desiderio di trascendenza e la consapevolezza della fine. In "American Requiem" questa tensione sembra concentrarsi sull'idea di fede e morte nel cuore dell'America contemporanea. Come è nata questa visione, e cosa rappresenta per te oggi la dimensione del "sacro"?
"Sono un ateo fortemente attratto dai misteri della natura e del sacro. Per questo pongo i vincoli della materia e il bisogno di trascenderli al centro della mia drammaturgia. Gli album precedenti traggono ispirazione da temi come la figura della strega e dello sciamano, il mito di Hekate, il concetto di Axis Mundi, di Mana etc... "American Requiem" tratta di spiritualità e capitalismo, fede e morte nel paese con la più alta concentrazione mondiale di sette religiose e culti vari. Mi hanno ispirato le tragiche contraddizioni insite in questa condizione. Per tradurre in musica l'idea specifica, ho utilizzato, tra le altre cose, audio samples di vecchi cantanti american primitive folk, voci di predicatori radiofonici degli anni '30 e motivi della tradizione country blues. Il tutto, ovviamente, amalgamato con i miei consueti droni chitarristici. Spero che l'universo sonoro che ne deriva renda suggestivamente questa volontà di rappresentazione."

"Sono un ateo fortemente attratto dai misteri della natura e del sacro. Per questo pongo i vincoli della materia e il bisogno di trascenderli al centro della mia drammaturgia."
(Gianluca Becuzzi)
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Le tue composizioni costruiscono spesso veri e propri paesaggi mentali, spazi interiori da attraversare più che semplici brani da ascoltare. Ti riconosci in questa idea di "ambienti sonori" da abitare? E quanto conta per te l'ascolto immersivo rispetto alla fruizione tradizionale della musica?
"Ognuno è libero di fruire la musica nel modo che meglio crede, compreso infliggendosi passivamente una selezione radiofonica a caso, cosa che non ho mai fatto una sola volta in tutta la mia vita. Di sicuro, quella che creo io non è musica pensata per un ascolto distratto, non è puro intrattenimento e quindi, per essere apprezzata al massimo, richiede un ascolto dedicato e immersivo. Sì, penso che la mia musica crei "ambienti sonori", cioè micro-cosmi mentali definiti da un flusso audio che ne determina il perimetro estetico e gli umori. Aggiungo che il mood delle mie composizioni è spesso scuro, sinistro, minaccioso, lo so, è sicuramente una questione di attitudine e una cifra distintiva che connota da sempre le mie produzioni."
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La chitarra, attualmente elemento centrale del tuo linguaggio, è trattata come generatore di frequenze e timbri più che come strumento melodico. Qual è il tuo processo nel manipolarla fino a renderla puro flusso sonoro?
"Sono un appassionato di effetti a pedale analogici: distorsori, overdrive, fuzz, echo, riverberi etc... Ne ho un buon numero e il suono delle mie chitarre è sempre abbondantemente trattato con questi dispositivi piccoli ma potenti. Le chitarre elettriche che uso più frequentemente sono chitarre baritono e con il manico in alluminio, perché sono la tipologia che meglio si presta a creare il continuum sonoro che intendo ottenere. Quel muro di suono/rumore che si può sentire negli album che ho prodotto negli ultimi anni è ottenuto essenzialmente così: saturando e spingendo al massimo del sustain il suono elettrico delle sei corde. È quello che comunemente viene definito drone guitar o drone metal. Massimalismo e minimalismo insieme."

"Ognuno è libero di fruire la musica nel modo che meglio crede, compreso infliggendosi passivamente una selezione radiofonica a caso. Quella che creo io non è musica pensata per un ascolto distratto, non è puro intrattenimento e quindi, per essere apprezzata al massimo, richiede un ascolto dedicato e immersivo."
(Gianluca Becuzzi)
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Dopo un'opera così densa e concettualmente compiuta come "American Requiem", verso quali direzioni senti di muoverti? Pensi a nuove collaborazioni, a progetti installativi o a forme differenti di espressione del suono?
"In passato mi sono già cimentato con installazioni sonore, musiche per performance, teatro e danza e per il futuro non escludo di replicare esperienze di questo tipo. Mi piacerebbe molto anche poter comporre colonne sonore per il cinema, sopratutto di genere fantastico (horror, thriller, sci-fi), del quale sono appassionato fin da giovanissimo. Purtroppo non è facile trovare le giuste opportunità. Speriamo che, a forza di ripeterlo, prima o poi qualcuno si faccia avanti con una proposta interessante. Ovviamente io continuo a progettare album in quanto tali, cioè pensati per l'ascolto, che è poi la dimensione espressiva che preferisco, senza dubbio più di quella concertistica. Ad ogni modo, la cosa più importante è essere sempre e comunque in movimento verso un nuovo orizzonte creativo. Chi si ferma è perduto."
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Negli anni hai collaborato con diversi artisti, e in "American Requiem" compare anche Nero Kane con un apporto vocale molto suggestivo. Quali musicisti o autori italiani senti oggi più affini alla tua sensibilità artistica? E quanto contano per te le collaborazioni come momento di scambio creativo?
"Sto vagliando diverse collaborazioni, lo faccio frequentemente, ma in questa sede mi va di dichiarare solo quella che al momento è già in atto, cioè il lavoro con Gianluca Martucci, in arte Vrna. Ho sempre creduto molto nella cooperazione artistica e continuo a riversarci fiduciosamente tempo ed energie. Negli anni, ho collaborato con così tanti artisti che se provassi a citarli tutti dimenticherei sicuramente qualche nome. Mi sembra però doveroso nominare gli amici con i quali ho collaborato più a lungo: Giovanni Fiaschi (con Limbo), Fabio Orsi e Massimo Olla (in solo) e anche le due etichette che nell'ultimo decennio mi hanno maggiormente supportato: Silentes e Luce Sia. A loro e a tutti gli altri, che qui per ragioni di spazio non posso elencare, va il mio sentito ringraziamento."
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Una domanda più leggera ma inevitabile: quali sarebbero i dieci dischi della tua "isola deserta"? Quelli che, in qualche modo, ti hanno formato o continuano a parlarti nel tempo?
"Riporto i dieci titoli che pubblicò Blow Up quando fui ospite di una puntata della loro rubrica "The Desert Island Records". In ordine alfabetico:
ANBB Mimikry (2010)
COIL Horse Rotorvator (1986)
JOY DIVISION Unknown Pleasures (1979)
KAJKYT Krst (2010)
THOMAS KOENER Teimo/Permafrost (1997)
NICO The End (1974)
MIKE PATHOS People (2004)
SCORN Colossus (1993)
SCOTT WALKER/SUNN O))) Soused (2014)
IANNIS XENAKIS Persepolis (1972)
E ovviamente dall'elenco mancano tanti dei miei preferiti di sempre, ma il gioco è questo ... Grazie per l'ospitalità."
https://gianlucabecuzzi.bandcamp.com/
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